Twitter e personal branding

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Alessandra Farabegoli ed io abbiamo fatto un giro sul suo profilo di Twitter osservandone tutte le sezioni e abbiamo ragionato ad alta voce su quello che le piace di Twitter, su ciò che nel tempo è cambiato e su ciò che proprio non-si-fa.

AlessandraFarabegoli_Twitter

 

Inizierei a ragionare su ciò che è immediatamente visibile, la foto profilo. Questa l’ho cambiata lo scorso anno, nel periodo in cui ho iniziato la riflessione sulla mia immagine e sul mio stile con Anna Turcato.

Ciò che mi ha fatto scatenare il desiderio di cambiare l’immagine che avevo in precedenza è stato uno scambio di tweet tra me e Matteo Renzi. Lo avevo citato in un mio tweet e lui, che era un po’ di tempo che non twittava, mi ha risposto. Risultato? Il giorno dopo lo screenshot di quello scambio di tweet era pubblicato su La Nazione ed io ero ritratta con la foto profilo in cui indossavo il cappello di maga Magò. Era la foto che avevo fatto ad Halloween – il giorno del compleanno di mio figlio – con il cappello da strega. Avevo deciso di usare quella foto perché era un periodo in cui mi sentivo interpellata rispetto a richieste che avrebbero richiesto delle doti da maga e mi sembrava ironico usare questa foto, che trasmetteva comunque molta ilarità. Certo non avevo calcolato che un giorno quella maga sarebbe stata pubblicata su un quotidiano.

Riflettendo in termini di personal branding ho capito che una foto diversa sarebbe stata più coerente col messaggio che volevo dare. Ho ricominciato a farmi fare delle foto da usare come foto profilo e questa me l’ha fatta Alessio Jacona a State of The Net.

Anche la mia cover page rappresenta qualcosa di me: è una mia foto (fotografo molto) e rappresenta una marcatura del sentiero su una roccia. Con questa foto dico alle persone che consultano il mio profilo che cammino molto – in quel caso l’ho fatta durante una passeggiata a piedi nei boschi – e che guardo molto i dettagli di ciò che mi circonda.

Con la mia bio di Twitter, in cui scrivo “Ecologa della comunicazione”, voglio evocare un approccio alla comunicazione e al digitale che cerca di vedere le cose in relazione fra loro. Un modo di osservare la realtà che mi porto dietro dalla biologia: la realtà è fatta per livelli e ogni livello è vincolato a ciò che sta sotto e determina quello che sta sopra. Un approccio sistemico. Cerco di usare sempre l’arma dell’ironia. A volte posso essere brusca o burbera, ma sempre col sorriso sulle labbra. Funziona meglio, sia con se stessi che con gli altri. Anche su Twitter.

Il mio nome, dato che c’è un limite di 20 caratteri, deve per forza essere tutto attaccato, per questo sono AlessandraFarabegoli senza spazio, purtroppo. Il mio nome utente invece, @AleBegoli, oggi è il mio nick per tutti i social. Rappresenta la contrazione del mio nome e cognome ma deriva dall’errore che fece la madre di due miei cari amici che sentendo il mio cognome, Farabegoli, aveva capito che io mi chiamassi Sara Begoli. Da qui fra amici sono diventata prima “la Begoli”, poi l’Ale Begoli e oggi @Alebegoli!

Su Twitter sono stata una early adopter, iscritta dal 2007. Cosa facevo allora? In Italia ci si conosceva tutti, era un social di nicchia, nessuno quasi sapeva che esistesse. Si usava come una sorta di sms di gruppo. Era una micro community di early adopter. C’erano i primi blogger della blogfest, i più digitalizzati. C’era più intimità e conversazioni e scambi. Il rito del Follow Friday per esempio era un vero e proprio “ti presento un amico”.

Io twitto tanto, ma non ho un piano editoriale e non mi impongo di farlo anche se Twitter mi serve per la mia professione. Ho un buon seguito, molte persone che rispondono e rilanciano quello che twitto. Lo uso per affermare delle opinioni, quando penso di avere qualche cosa di poco scontato da dire, per esempio sulla comunicazione digitale. Quando retwitto contenuti di comunicazione digitale il RT equivale ad un endorsement, è come se dicessi “direi la stessa cosa rispetto a questo argomento”. Uso sempre citare qualcuno per riconoscergli il merito di avermi segnalato un link o perché è autore di un determinato contenuto. Oramai non retwitto più le notizie perché ognuno sa dove andarsele a cercare.

Rispetto all’uso che faccio dei preferiti, questo è molto cambiato: una volta venivano usati per salvarsi dei tweet che comunque erano poco noti perché erano privati (non erano evidenti agli altri). Ora invece per me è un segnale per dire “ti sento”, “sono d’accordo”, o per sottintendere un messaggio privato evidente solo a me e all’autore dei tweet che segno fra i preferiti. A volte non faccio il retweet perché penso sempre a chi mi segue e che quindi leggerebbe il mio retweet: quando penso che sarebbe poco rilevante farlo e non genererebbe valore per i miei follower, non lo faccio.

In un thread con un altro utente Twitter solitamente lascio le conversazioni riservate tra gli interlocutori coinvolti, a meno che io voglia rendere pubbliche le risposte che do, in quel caso aggiungo il puntino prima della mention di risposta. Creo così uno statement pubblico e spesso se accade è perché lo faccio in modo polemico. E’ un po’ come se dicessi a chi mi segue: vatti a leggere il mio thread e guarda cosa sta succedendo. Chi abusa dei puntini da anteporre alle mention per qualsiasi sua esternazione, forse non ha capito come funziona.

Una cosa che non sopporto è ricevere delle notifiche di segnalazione da account che hanno un approccio seriale e non specifico: notificami solo quello che davvero mi interessa. Alcuni cominciano a inviare lo stesso identico messaggio ad una sfilza di persone tutte insieme. Non è sempre un comportamento rilevante.

Se c’è una cosa che odio? Odio gli automatismi, soprattutto fra Twitter e Facebook perché non c’è attinenza. Hai postato una foto su Facebook? E perché dovrei leggere questa informazione attraverso uno status di Twitter? Chi se ne frega! I tweet incompleti poi, quelli troncati perché vengono caricati altrove, sono il male.

Non uso tool per Twitter, ogni tanto ci provo, so che dovrei e vorrei farlo per usare meglio le liste perché quando ho poco tempo guardo solo le cose nelle liste. Al di là delle liste pubbliche che puoi consultare sul mio profilo ho una lista privata (che quindi se consulti il mio profilo non vedi) che contiene i miei 30 personaggi imperdibili (amici, personaggi pubblici). C’è talmente tanto rumore che è difficile seguire chi desideri, io cerco di non farmeli sfuggire così. Ogni tanto faccio anche dei defollow, che è come dire “non ho tempo di seguirti qui” (perché magari ti seguo altrove dove dici le stesse cose).

Su Twitter non seguo tutti quelli che mi seguono, ovviamente. Scelgo chi scrive bene e seguo chi credo abbia un punto di vista interessante. Ho smesso di seguire alcuni che fanno il mio lavoro, in particolare quelli troppo autoreferenziali (anche perché se voglio seguirli leggo i loro blog, mettendo i feed rss). Adesso seguo delle persone con punti di vista diversi dai miei, medici per esempio, dato che sono biologa di estrazione e ho imparato che una cosa che devo sempre fare è mantenere il contatto con questa dimensione e di tentare di non far chiudere troppo la mia bolla informativa. Non seguo solo persone con cui sono d’accordo o che fanno cose simili alle mie.

Se dovessi suggerire degli account da seguire proporrei: Mafe de Baggis, LivePaola, AstroSamantha, Cristiana Alicata.”

E tu ce l’hai la lista dei 30 imperdibili? (Chissà chi sono i suoi!)

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